La Casa Natale di Giovanni Paolo II

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Piccola Patria

Tutto nella vita dipende (…) dalla famiglia, dalla scuola, dai genitori e dai fratelli, dai compagni di classe” – disse Giovanni Paolo II già avanti con gli anni, nel 1999 a Wadowice. Qui, prima che i suoi familiari morissero, visse una vita di famiglia, qui strinse le prime amicizie e gli eccellenti insegnanti del ginnasio svilupparono i suoi interessi umanistici.

Karol Wojtyła nacque in un edificio in via Kościelna 7, il cui proprietario ebreo Chiel Bałamuth, gestiva un negozio a piano terra. Nell’adiacente chiesa della Presentazione della Beata Vergine Maria venne battezzato, ricevette la Prima Santa Comunione e come chierichetto, serviva ogni giorno la santa messa. A un paio di passi nel palazzo comunale frequentò le scuole ordinarie. Come studente del neoclassico Ginnasio Statale Marcin Wadowita, recitava nel Teatro Drammatico della Scuola, interpretando i personaggi delle opere dei più grandi drammaturghi polacchi. L’amore per le parole, la poesia e la letteratura sopravvissero in lui per tutta la vita.

Così come l’amore per la piccola patria – Wadowice e la Polonia, che aveva riconquistato l’indipendenza, due anni prima della nascita di Wojtyła. Dall’esperienza vissuta a Wadowice con la vicinanza tra polacchi ed ebrei, scaturì il dialogo interreligioso del papa. Quando nel 2000 Papa Giovanni Paolo II, secondo l’usanza ebraica mise nel Muro del Pianto a Gerusalemme un biglietto con una preghiera a Dio, chiedendo perdono dei peccati dei cristiani contro gli ebrei, fu testimone di questo fatto Jerzy Kluger, il suo amico ebreo di Wadowice. Karol Wojtyła prese la decisione di entrare in seminario a Cracovia, ma non senza l’influenza dei religiosi di Wadowice – don Figlewicz, don Zachera, i carmelitani, con il loro convento sulla cosiddetta Górka (Collina) dai quali adottò lo scapolare, e forse soprattutto del santuario di Kalwaria Zebrzydowska, dove, come disse, il suo “cuore rimase per sempre”.

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Un pastore di montagna

Amava la montagna. Ne aveva nostalgia quando abitava sul Tevere. “Io sono un uomo delle montagne” – disse Giovanni Paolo II in occasione del terzo pellegrinaggio in Polonia del 1987. Cresciuto ai piedi della catena montuosa Beskid Mały da bambino si arrampicava con il padre, con il fratelli ed i compagni del ginnasio sulle montagne: Leskowiec, Babia Góra, Madohora.

Quando era già sacerdote e successivamente vescovo e cardinale, sciava e faceva escursioni in montagna da solo o con amici, con gli studenti della pastorale universitaria nella parrocchia di San Floriano a Cracovia. Percorse i Beskidy, i Pieniny, i Gorce, i Bieszczady, andò sui Sudety, ma amava soprattutto i Tatra. Queste erano “le sue montagne” – qui veniva d’inverno e d’estate. Visitò alcuni di questi luoghi durante i pellegrinaggi in Polonia: nel 1983 incontrò Lech Wałęsa nella Valle Chochołowska, nel 1997, mentre riposava a Zakopane, si recò a Morskie Oko e in funivia a Kasprowy Wierch. A Turbacz nel 1979 gli costruirono una baita – cappella, dove non si fermò mai, ma diede ordine ai montanari: “Tenete d’occhio questi sentieri”.

Durante i pellegrinaggi in tutto il mondo, gli piaceva visitare i luoghi di montagna. Passava le vacanze a Les Combes d›Introd sulle Alpi in Valle d’Aosta, da dove si vede il Monte Bianco, o a Lorenzago di Cadore sulle Dolomiti. Più di un centinaio di volte, con un gruppo di persone di fiducia, uscì in incognito dal palazzo apostolico per sciare sulle montagne abruzzesi. Abbandonò gli sci nel 1993, dopo una lussazione della spalla, ma fino alla fine della sua vita, per rilassarsi preferiva la montagna. Qui contemplando la bellezza della creazione, nella quale cercava Dio, disse: “Siamo in tre: Dio, le montagne ed io”.

 

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Abitazione dei Wojtyła

La famiglia Wojtyła andò ad abitare nell’edificio di Chiel Bałamuth nel 1919. L’abitazione non era grande ed era arredata in modo modesto, borghese. Un anno dopo, il 18 maggio 1920, vi naque Karol, figlio di Emilia Kaczorowska e Karol Wojtyła, tenente dell’esercito polacco che lavorava nell’amministrazione del 12 o Reggimento Fanteria di stanza a Wadowice.

Emilia, dalla quale, il papa disse più tardi, aveva imparato ad accettare la sofferenza, morì nell’aprile del 1929. Tre anni dopo, un’altra tragedia colpì la famiglia Wojtyła: morì Edmund, il fratello maggiore, che aveva quasi 14 anni più di Karol, dottore in medicina, che contrasse la scarlattina da una paziente in un ospedale di Bielsko. “Ho vissuto la morte di mio fratello, in modo forse ancor più profondo di quella di mia madre, sia per le circostanze, per così dire tragiche, che per la maggiore maturità allora raggiunta” – disse il papa anni dopo. Rimasero in due: padre e figlio.

Il tenente Wojtyła, che nel 1927 andò in pensione, si occupava della famiglia e dell’educazione del figlio. Insegnava la lingua tedesca, leggeva libri e ne suggeriva la lettura, promuoveva il patriottismo, faceva tifo durante gli eventi sportivi, si recava a Leskowiec e guardava con simpatia i primi passi sul palcoscenico. Ogni giorno andava a messa con il figlio. L’esempio del padre, persona di profonda fede, per il quale la preghiera era una parte della vita, rappresentava per Karol Wojtyła “il primo seminario, una sorta di seminario domestico”. Nell’estate del 1938 si recarono a Cracovia, dove in autunno Karol junior iniziò gli studi. Mantenendo tuttavia il ricordo di Wadowice, che spesso citava e dove ritornava.

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Cracovia, ti ringrazio

Visto che “Se lo Spirito Santo ha ritenuto opportuno nominare il vescovo di Cracovia per il ministero di Vescovo di Roma e Pastore di tutta la Chiesa, ci doveva essere qualcosa nella sua esperienza, che potrebbe essere utile per gli altri” – disse Giovanni Paolo II. La chiesa di Cracovia, nella cui diocesi si trova Wadowice, fu per il futuro papa un laboratorio di fede, costituì le fondamenta religiose e civiche.

Il cardinale Franciszek Macharski, amico di Karol Wojtyła e suo successore nell’episcopato, sottolineò che qui “si formò il suo modo di essere uomo, cristiano, sacerdote e papa”. Wojtyła come vescovo trasse ispirazione dal ricco patrimonio della Chiesa di Cracovia, con una lunga serie di santi: a partire dal Vescovo Stanisław, alla regina Jadwiga, a Fratel Albert Chmielowski ed a Faustina Kowalska. Karol Wojtyła risiedé a Cracovia per quasi 40 anni. Durante la seconda guerra mondiale lavorò come operaio, e dall’esperienza del lavoro fisico trasse ispirazione quando scrisse le encicliche sociali.

Nel periodo trascorso a Cracovia si formò la personalità di Karol Wojtyła, filosofo, che prima come vescovo, e dopo come papa, rendeva ogni incontro, persino quello breve, un’esperienza unica nella percezione di milioni di persone nel mondo. A Cracovia Karol Wojtyła visse due totalitarismi: quello nazista durante la guerra e quello comunista ai tempo della Repubblica Popolare di Polonia. Ciò determinò che come papa non solo rivelò l’errore fondamentale nella teologia della liberazione, ma con enorme forza spirituale contribuì allo smantellamento del sistema comunista.

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Prendi il largo!

Dominus adest et vocat Te” (“Il Signore è qui e ti chiama”) – disse al cardinale Wojtyła il cardinale belga Maximilien de Furstenberg il terzo giorno di conclave, quando la massa di voti elettorali incominciarono a orientarsi verso la sua candidatura. Il 16 ottobre 1978, dopo l’ottavo scrutinio, il cardinale Karol Wojtyła fu eletto 264° papa.

Fu il primo non italiano dopo 455 anni a salire sul Trono di San Pietro, in più proveniva dall’Europa centro orientale separata dal mondo libero dalla “cortina di ferro”. 99 elettori su 111 votanti indicarono Wojtyła, apprezzando il fatto che aveva saputo guidare la Chiesa di Cracovia nel caos post-conciliare, e sotto la pressione dell’ideologia comunista. Indicarono un cardinale con esperienza pastorale, proveniente da un “paese lontano”, come disse di se stesso, Giovanni Paolo II, nelle prime parole pronunciate a Piazza San Pietro.

Pochi nella folla lì radunata avevano mai sentito il suo nome, ma dopo un paio di frasi, che furono annunciatrici del nuovo stile del papa, rimasero affascinati da lui. Nei giorni seguenti Giovanni Paolo II delineò le priorità del pontificato: il completamento della realizzazione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II, per promuovere l’unità dei cristiani e l’azione per la pace e la giustizia tra le nazioni. Le parole della Messa inaugurale il 22 ottobre “Non abbiate paura. (…) Aprite, spalancate le porte a Cristo” diventarono la chiave di tutti i 27 anni di pontificato. “Questo non è un papa che viene dalla Polonia, questo è un Papa che viene dalla Galilea” – disse Andre Frossard, scrittore e giornalista francese.

 

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Perdono all’attentatore

Nella pistola brownig calibro 9 mm rimasero otto proiettili. Non vennero esplosi, perché la pistola si inceppò. Il 13 maggio 1981 a Piazza San Pietro con quest’arma sparò a Giovanni Paolo II l’attentatore turco Mehmet Ali Agca.

Un proiettile ferì Giovanni Paolo II all’addome, passando a millimetri dall’aorta centrale e evitando la spina dorsale. “Una mano ha sparato e un’altra ha guidato la pallottola” – disse in seguito il papa. Perdonò subito l’attentatore. Il 17 maggio, nel primo discorso pubblico, registrato in ospedale, il papa disse: “Prego per il fratello che mi ha colpito, al quale ho sinceramente perdonato”. Il papa si recò a fare visita ad Ali Agca in prigione a Natale del 1983, e nel 1999 si rivolse alle autorità italiane per chiedere la clemenza per l’attentatore.

Il cardinale Stanisław Dziwisz, ha detto che quel drammatico evento del 13 maggio 1981, che nella dimensione divina è un mistero, non è rimasto senza effetto circa i contenuti e la fecondità del suo ministero apostolico del ministero apostolico di Giovanni Paolo II. Quindi “Forse c’era bisogno di quel sangue sulla piazza di San Pietro, sul luogo del martirio del primi cristiani”? Il papa sapeva, di dovere la sua sopravvivenza alla Madonna, il cui anniversario della prima apparizione a Fatima ricade proprio il 13 maggio. Nell’anniversario dell’attentato si recò a Fatima, per porre nella corona della statua della Madonna, il proiettile che lo aveva ferito. Ringraziò Maria per averlo salvato ed ancora una volta dichiarò: “Totus Tuus, Maria” e le affidò di nuovo se stesso, la Chiesa ed il mondo. Rispondendo ad una domanda sulla Madonna disse: “No, non ho visto la Madonna, ma la sento”.

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Tutto Tuo

Fu tutto Suo. Totus Tuus – queste parole tratte dal “Trattato della vera devozione alla Santa Vergine Maria” di San Luigi Maria da Montfort, diventarono il motto prima come vescovo e poi come papa di Giovanni Paolo II. Le usò per la prima volta nel 1939. Karol Wojtyła sviluppò la devozione mariana fin da bambino. In tutto questo un ruolo particolare giocò il santuario mariano di Kalwaria Zebrzydowska, dove il padre lo portò per la prima volta dopo il funerale della madre.

Come papa ammise che la sua devozione mariana si formò proprio a Kalwaria, dove i percorsi dedicati alla vita della Madonna si collegano con quelli dedicati alla Passione di Gesù, e la persona avverte il mistero dell’“unità della Madre con il Figlio, e del Figlio con la Madre”. Era una devozione mariana strettamente legata al carattere cristologico. Il rosario, la preghiera a Maria, era la preghiera preferita del papa. “Preghiera meravigliosa! Meravigliosa nella sua semplicità e nella sua profondità.” e invitava a recitarlo. Agli ospiti in Vaticano e durante i viaggi in tutto il mondo diede migliaia di rosari. Nel 2002 introdusse dei nuovi misteri del rosario – I misteri luminosi. Visitò dei santuari mariani, tra cui i suoi preferiti a Częstochowa, Fatima, Guadalupe e Ludźmierz. Gli piaceva visitare privatamente il santuario mariano della Mentorella, situato non lontano dal Vaticano, in alto in montagna. Rispondendo ad una domanda sulla Madonna disse: “No, non ho visto la Madonna, ma la sento”. Durante l’ultima visita in Polonia nel 2002 nella toccante preghiera alla Madonna di Kalwaria, nuovamente affidò se stesso, la Chiesa ed i polacchi a Maria. “In Te confido e a Te ancora una volta dichiaro: Totus Tuus, Maria! Totus Tuus. Amen.”

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Pace a te Polonia

Giovanni Paolo II si recò in Polonia otto volte. Visitò tutti gli angoli del paese, ed agli incontri con lui parteciparono parecchi milioni di polacchi. In genere, anche se in modo diverso ai tempi della Repubblica Popolare, rispetto a quelli della Polonia libera, il soggiorno del papa nella sua patria fu una grande festa nazionale. Un momento di silenzio dei conflitti sociali e politici.

Il papa venne in Polonia in momenti particolarmente importanti per la nazione, ma allo stesso tempo fu l’iniziatore spirituale di questi eventi e sostenne la transizione democratica. Nel 1979 Giovanni Paolo II a Piazza della Vittoria a Varsavia invocò lo Spirito Santo per rinnovare la faccia “Di questa terra” e vivere ancora una volta il Battesimo della Polonia, e successivamente, prima della partenza, a Cracovia celebrò una “Cresima della nostra storia”. Le parole del papa caddero su una terra fertile. L’anno dopo venne fondata “Solidarność”, che cambiò il volto della Polonia e dell’Europa centro orientale.

Quando la speranza della trasformazione sembrava svanire, Papa Giovanni Paolo II durante il successivo pellegrinaggio la sostenne, e in seguito, già nella Polonia libera, ricordò i valori sui quali si deve costruire la libertà, affinché questa non diventi schiavitù. Nell’imminenza dell’ingresso della Polonia nella comunità europea, che egli supportò, invitò i polacchi ad essere fedeli a Dio ed alla croce. L’ultimo pellegrinaggio nel 2002 fu un addio del papa alla Polonia ed ai luoghi vicini al suo cuore. Portando gli occhi del mondo su Łagiewniki a Cracovia, affidò il mondo alla Divina Misericordia. Quasi “chiudendo” in questo modo il pontificato. Il messaggio della Divina Misericordia, che provenendo da Cracovia arrivò alla Santa Sede, grazie alla sua iniziativa, si diffuse in tutto il mondo.

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La Chiesa costruita sulla roccia dell’amore

Era un pastore. Un vero padre che indicava la strada, che esigeva ed amava. Una sintesi degli insegnamenti di Giovanni Paolo II è rappresentata dalle 14 encicliche, con in testa la prima enciclica, di carattere programmatico “Redemptor hominis”, nella quale mostrava Cristo come Redentore di ogni uomo.

Nelle encicliche sociali Giovanni Paolo II effettuava una diagnosi del libero mercato e della democrazia, sottolineando che sono elementi positivi, ma devono essere costruiti su valori, senza degenerare. Coerentemente applicò l’insegnamento del Concilio Vaticano II, inaugurando la nuova evangelizzazione, che mira a incoraggiare la dimensione missionaria della Chiesa. Sviluppò il dialogo ecumenico e interreligioso. La teologia del corpo, di cui parlava durante le udienze generali del Mercoledì, fu una risposta alla rivoluzione sessuale del 1968. Giovanni Paolo II difese i diritti umani ed in primis il diritto fondamentale alla vita. Combatté contro la cultura della morte che annienta i più deboli, i bambini concepiti (aborto), i vecchi ed i malati (eutanasia).

Elevò all’onore degli altari il numero record di 1.800 persone. Lo fece nella convinzione che un folto gruppo di beati e santi sarebbe stato di aiuto a chi oggi cerca di trovare il proprio cammino verso la santità. Portò la Chiesa nel terzo millennio del cristianesimo, effettuando prima un esame di coscienza senza precedenti nella Chiesa, in cui chiese a Dio di perdonare i peccati del passato. Quando prese il timone della Barca del Pescatore, essa era piena dei buchi del caos postconciliare. Nel 2000 la sua rotta era così sicura e chiara che il papa poté rivolgere l’appello alla Chiesa di andare avanti con speranza nella profondità della fede, contando sempre sull’aiuto di Cristo. Giovanni Paolo II portò il pontificato ad un rango senza precedenti, diventando un’autorità morale nel mondo globalizzato.

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La casa diventò il mondo

Era un pellegrino. Come i primi apostoli. Voleva visitare coloro che non potevano andare da lui, incontrare i fratelli nella fede nei luoghi della loro vita quotidiana – per scoprire come vivessero, cosa li rendesse felici, che problemi avessero, perché soffrissero. Voleva portare loro il Vangelo e la speranza che viene da Cristo.

Fece appelli per la pace, il rispetto dei diritti umani, che è una verifica importante della libertà religiosa e della giustizia sociale. Si rivolse ai poveri, agli abbandonati ed agli esclusi, che si recò a visitare negli ospedali, negli ospizi, nelle baraccopoli e nelle carceri. Affermò la solidarietà e la carità. Si incontrò con i leader degli stati e delle organizzazioni internazionali, dalle cui decisioni dipendevano il destino delle nazioni, degli stati e del mondo globalizzato. Una parte importante di tutti i viaggi in Italia ed all’estero fu l’incontro con i rappresentanti di altre chiese, confessioni e religioni. Nel corso di queste visite,

Giovanni Paolo II fu il primo papa ad entrare in una sinagoga, a recarsi in una moschea, ad Assisi con i fedeli di altre religioni pregò per la pace, a Casablanca incontrò la gioventù musulmana. Durante i 104 viaggi all’estero visitò 130 paesi del mondo, molti dei quali più volte. Nell’Anno del Giubileo si recò in Terra Santa, dove come pellegrino seguì le orme di Cristo. In ogni paese, in segno di saluto baciava rispettosamente la terra. Sull’esempio di San Giovanni Maria Battista Vianney, come quando nel 1948 per la prima volta come vicario, attraversò il confine della parrocchia di Niegowić nella diocesi di Cracovia.

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Trittico Romano

Se vuoi trovare la sorgente, devi proseguire in su, controcorrente. Penetra, cerca, non cedere.” – scrisse Giovanni Paolo II nel suo ultimo poema “Trittico romano. Meditazioni”, pubblicato nel marzo del 2003.

Per tutta la vita, andò contro corrente, andò alla fonte, che è la Parola. Ed essendo già vicino a Lui, dove c’è la “trasparenza della storia” e la “chiarezza della coscienza”, scrisse con calma, che dopo la sua morte, nella Cappella Sistina di nuovo si sarebbero riunite le persone attraverso le quali Dio indica il suo successore. Questo papa era un poeta. Abbandonò la poesia nel 1978, al momento dell’elezione alla Sede di Pietro, per tornare ad essa con il “Trittico Romano”. In questo stile di vita chiuse il cerchio.

Karol Wojtyła creò i primi brani al ginnasio a Wadowice. A diciotto anni fu già autore di un ciclo di sonetti. Nello scrivere poesie, difficili da recepire, trasse ispirazione dal patrimonio dei romantici polacchi e da artisti del periodo della Giovane Polonia (in polacco: Młoda Polska). Dal 1950 pubblicò sotto pseudonimo i suoi versi sul settimanale “Tygodnik Powszechny”. Fu anche autore di drammi, che, dopo l’elezione a papa vennero realizzati a teatro e al cinema. La poesia era per Karol Wojtyła un modo per esprimere quello, che era difficile descrivere nella lingua della teologia e della filosofia. Lui stesso nel 2003 in occasione della presentazione del “Trittico Romano” chiarì, che la creatività artistica è una sorta di singolare “sinfonia antropologica”, nella quale “la vena ispiratrice che sgorga dal perenne messaggio cristiano, senza totalmente identificarsi con nessuna delle culture che via via è venuta irrorando, tutte le orienta alla maggior gloria di Dio e dell’uomo, inseparabilmente legate al mistero di Cristo”.

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Voi siete la mia speranza!

Quando Giovanni Paolo II pensava di convocare la Giornata Mondiale della Gioventù a Denver o Parigi, cercarono di dissuaderlo, non credendo che la gioventù di metropoli così secolarizzate sarebbe potuta essere interessata a un papa, che separa il bene dal male, che dice che la verità esiste. Rischiò. Arrivarono folle e questi momenti risultarono decisivi per le chiese locali.

A Manila nelle Filippine parteciparono alla XIIIa Giornata Mondiale della Gioventù cinque milioni di persone. Fu il più grande raduno della storia dell’umanità. L’eccezionale rapporto di Giovanni Paolo II con i giovani era un fenomeno, non influenzato né dall’età, né dalla malattia del papa. Infatti anche quando non poté più camminare con i giovani per diversi chilometri, come a Santiago di Compostela, ascoltare un lungo concerto, come a Denver, brandendo il bastone, come a Manila, e addirittura battendo la gamba a ritmo, emanava ancora carisma. Soprattutto, conosceva bene i giovani, i loro desideri e trattava seriamente i loro problemi. Visse in modo consapevole e attento gli anni della giovinezza a Wadowice, e come giovane sacerdote a Cracovia, fu cappellano per gli studenti universitari.

Sapeva quanto fosse importante per ogni essere umano, per il futuro della società e del mondo, il “progetto di vita”, che si intraprende da giovani, il cui valore dipende dall’integrità della coscienza. Gli incontri con i giovani furono un punto costante dei viaggi papali all’estero, ogni anno ai partecipanti alla Giornata Diocesana della Gioventù rivolgeva un messaggio speciale. Quando in accordo con il Concilio Vaticano II ribadiva che i giovani sono la speranza della Chiesa, aggiungendo anche “la speranza del papa”, non si trattava solamente di un’affermazione. Intitolò la Lettera ai giovani del 1985, che diede inizio alla Giornata Mondiale della Gioventù: “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”.

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Questo trapasso ha senso...

Per tre giorni il mondo sembrò rallentare. Si fermò. La Chiesa unita attorno a Giovanni Paolo II, lo accompagnò con la preghiera nel trapasso verso la soglia dell’eternità.

Il 2 aprile 2005 il cardinale Stanisław Dziwisz, allora segretario, arrestò le lancette dell’orologio nell’appartamento papale alle 21.37, e dopo intonò il “Te Deum” – un canto di ringraziamento per la vita di Giovanni Paolo II. Il papa morì tra la Domenica della Resur – rezione e la solennità della Divina Miseri – cordia. Morì come aveva vissuto sotto gli occhi del mondo, trasparente, tranquillo, fino alla fine unito nella sofferenza alla cro – ce di Cristo.

Fu l’ultima catechesi del papa considerata un’enciclica non scritta. Il Papa, che in precedenza aveva insegnato come vivere, come sopportare la sofferenza e la croce, che fanno parte del destino di ogni individuo, insegnò anche a morire. Insegnò che la vita ha un senso e che la morte ha un senso. La morte è nella concezione di Dio e Cristo Risorto dà la speranza nella vita eterna. Per questo scrisse: “Fermati, questo trapasso ha un senso, ha un sen – so… ha un senso… ha un senso!”.

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Nello Spirito Santo

Gli spessi fogli del Vangelo posato sulla semplice bara di Giovanni Paolo II si muovevano al vento. I fogli venivano girati da una parte all’altra. L’8 aprile 2005, nel giorno del funerale di Giovanni Paolo II, questo evento venne osservato a Piazza San Pietro e su maxi-schermi posti sulle strade di Roma da più di quattro milioni di persone e centinaia di milioni di telespettatori in tutto il mondo.

Fino a quando una forte folata chiuse il Vangelo. Il grande libro della vita di Giovanni Paolo II si chiuse. Quello non era un semplice vento. Quello era il vento “del Cenacolo”, “quello della Pentecoste”, in cui credeva il papa. Nel 1991 durante una visita in Polonia disse di credere “in questo potente vento che un tempo fece tremare le pareti del Cenacolo a Gerusalemme. In questo vento si è espressa, attraverso la forza della natura, il soffio dello Spirito Santo.” Alla Terza Persona della Trinità, il papa dedicò l’enciclica “Dominum et vivificantem”. Lo Spirito Santo, scrisse in essa “dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra”, lo Spirito fa cambiare l’uomo dall›interno e rafforza in lui “l’uomo interiore”, cioè spirituale, e la Chiesa si apre ancora ai problemi dell’uomo e dell’umanità. La preghiera per i doni dello Spirito Santo la insegnò a Karol Wojtyła il padre, quando vivevano a Wadowice. A questa semplice preghiera rimase fedele fino alla fine della vita.

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Il testamento

Giovanni Paolo II incominciò a scrivere il testamento nel 1979 in occasione di un ritiro quaresimale, completandolo negli anni successivi. Sempre affidandosi completamente alla volontà del Signore, il Solo che decide quando e come porre fine alla sua vita terrena e il ministero pastorale, sempre confidando che Cristo dà “la grazia per l’ultimo passaggio, cioè la Pasqua”, che sarà utile per la salvezza degli uomini, per la Chiesa, per Dio stesso.

Nel suo testamento, il papa citò con gratitudine molte persone e solo due eventi ecclesiali: il Giubileo del 2000 e il Concilio Vaticano II, la cui eredità affidò all’attività dei successori. Ma il testamento del Papa non si limita a questo documento. Esso è rappresentato dai quasi 27 anni di pontificato. Papa Wojtyła ha lasciato un enorme patrimonio. La cui parte probabilmente più importante è il tocco personale, che è rimasto nei cuori di milioni di persone in tutto il mondo. Coloro che lo hanno ascoltato, incontrato, visto. Giovanni Paolo II con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico – disse Benedetto XVI durante la beatificazione di Karol Wojtyła – ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia della libertà. Numerose prove delle grazie ottenute attraverso Giovanni Paolo II dimostrano che aiuta ancora. È con noi e dal Cielo ci benedice.